Il modello uruguaiano di legalizzazione della cannabis, un tempo considerato un esperimento globale innovativo, sta entrando in una nuova fase.
Oltre un decennio dopo essere diventato il primo Paese a legalizzare la cannabis ricreativa per adulti nel 2013, grazie alla legge n. 19.172, il Paese può vantare risultati concreti: una netta riduzione del mercato illecito, una migliore tracciabilità dei prodotti e una riduzione della criminalizzazione dei consumatori.
Tuttavia, il sistema mostra anche dei limiti che è sempre più difficile ignorare. Secondo un’analisi pubblicata da El Planteo, il dibattito in Uruguay non verte più sul fatto che la legalizzazione funzioni o meno, ma su come adattare un quadro rigido alle nuove realtà senza comprometterne gli obiettivi originari.
Un modello di politica pubblica progettato per il controllo, non per la crescita
Quando l’Uruguay ha approvato la sua legge sulla cannabis, l’obiettivo non era quello di creare un’industria commerciale o di attrarre turisti. La riforma è stata concepita principalmente come risposta di politica pubblica al traffico di droga e al fallimento del proibizionismo.
All’epoca, la legge fu approvata in un contesto di forti tensioni politiche, diffusa opposizione pubblica e controllo internazionale. Questo contesto ha dato vita a un modello prudente, incentrato sul controllo statale piuttosto che sulla crescita del mercato. L’Uruguay ha messo in atto un sistema altamente regolamentato in cui l’accesso è possibile solo attraverso tre canali reciprocamente esclusivi: l’acquisto in farmacia, la coltivazione domestica o l’iscrizione a cannabis club.
Tutti i consumatori devono registrarsi, i limiti di quantità sono severi, la pubblicità è vietata, l’imballaggio è neutro e lo Stato supervisiona l’intera catena di approvvigionamento.
Il mercato illecito è crollato, ma il “mercato grigio” persiste
Per quanto riguarda l’obiettivo centrale di ridurre l’offerta illegale, l’Uruguay ha raggiunto risultati impressionanti. Le valutazioni governative citate da El Planteo mostrano che la “cannabis compressa”, un tempo la forma dominante di cannabis illegale nel Paese, è quasi scomparsa.
Nel 2014 era la principale fonte di cannabis, ma nel 2024 rappresenterà solo il 6,7% del mercato. Ciò indica che l’accesso legale, la stabilità dei prezzi e una migliore percezione della qualità e della sicurezza hanno soppiantato gran parte del tradizionale commercio illegale.
Tuttavia, il mercato illegale non è completamente scomparso. Piuttosto, ha assunto una nuova forma, più difficile da misurare e regolamentare. Piuttosto che reti di traffico su larga scala, l’Uruguay si trova ora di fronte a quello che è stato descritto come un “mercato grigio”, basato su commercio informale, produzione non dichiarata e canali di distribuzione paralleli che operano al di fuori del quadro ufficiale.
Questo mercato grigio non è necessariamente legato alla violenza associata alla criminalità organizzata, ma rappresenta comunque un ostacolo importante all’obiettivo dell’Uruguay di controllare completamente il mercato.
L’esistenza di questo mercato grigio si spiega in parte con la concezione stessa del modello uruguaiano. I requisiti di registrazione, i rigidi limiti di acquisto, le restrizioni di residenza e le periodiche carenze di offerta legale hanno creato delle scappatoie. I consumatori che trovano il sistema legale troppo restrittivo o inaffidabile si rivolgono spesso ad alternative informali.
Questo crea un paradosso: sebbene l’Uruguay abbia dimostrato che la legalizzazione può indebolire i mercati illegali tradizionali, le sue rigide normative generano anche una domanda non soddisfatta. E proprio come il traffico di droga tradizionale, l’attività del mercato grigio non può essere eliminata solo dall’azione della polizia.
Richiede riforme strutturali, un migliore accesso e possibilmente un allentamento di alcune delle regole più restrittive del sistema.
I cannabis club stanno diventando un pilastro centrale del sistema
Un altro importante sviluppo è il ruolo crescente dei cannabis club. Quando il sistema è stato creato, le farmacie dovevano essere il cuore del mercato legale. Distribuendo la cannabis attraverso le farmacie, lo Stato poteva gestire direttamente i prezzi, la potenza, la qualità del prodotto e l’approvvigionamento nazionale. I club sono stati inizialmente concepiti come un’opzione complementare per i consumatori più organizzati, con una produzione limitata e una rigorosa supervisione. Con il tempo, però, i club sono andati ben oltre questo ruolo secondario.
In pratica, i Cannabis Club sono diventati uno dei pilastri più solidi del sistema legale uruguaiano. Sebbene rappresentino un numero molto inferiore di consumatori rispetto al canale delle farmacie, la loro quota di produzione e distribuzione è paragonabile, e talvolta superiore, alle vendite delle farmacie. Questo sviluppo rivela uno squilibrio nel quadro iniziale: il canale destinato a dominare non si è mai stabilizzato del tutto, mentre quello destinato a rimanere marginale è diventato essenziale.
Le farmacie hanno incontrato grossi ostacoli fin dall’inizio. Il programma ha tardato a decollare, iniziando solo nel 2017, e ha dovuto affrontare una scarsa partecipazione dei rivenditori, ricorrenti carenze di fornitura e barriere finanziarie internazionali. I consumatori hanno inoltre criticato la scarsa potenza e la limitata varietà di varietà disponibili in farmacia. Di conseguenza, l’accesso alle farmacie è rimasto irregolare in alcune regioni e in alcuni periodi, rafforzando la dipendenza dei consumatori da fonti alternative.
I cannabis club, invece, si sono dimostrati più flessibili. Sono decentrati, gestiscono la propria coltivazione e possono adattare meglio la produzione alla domanda dei soci. Inoltre, tendono a concentrare i consumatori abituali, il che significa che il consumo per membro è molto più elevato rispetto a quello degli acquirenti in farmacia.
Secondo il Congresso Nazionale dei Cannabis Club dell’Uruguay, i club non incoraggiano l’aumento del consumo, ma piuttosto forniscono un ambiente strutturato per i consumatori regolari, contribuendo a ridurre gli acquisti illegali attraverso una produzione regolamentata e tracciabile.
I club hanno anche sviluppato una forte presenza territoriale e sociale. Diffusi in tutto il Paese, generano posti di lavoro e operano sotto la diretta supervisione dei loro membri, il che ne rafforza la legittimità. Tuttavia, nonostante la loro crescente importanza, i club sostengono di essere ancora poco rappresentati nel processo decisionale. Continuano a fare campagne per ottenere un maggiore riconoscimento e influenza, sostenendo che il loro ruolo non è pienamente preso in considerazione nelle valutazioni ufficiali.
Un sistema rigido fatica a soddisfare la domanda
La rigidità complessiva del sistema è sempre più considerata la sua principale debolezza. Questo quadro rigido è stato inizialmente concepito per rassicurare i critici nazionali e internazionali sul fatto che la legalizzazione non avrebbe portato a una crescita incontrollata del consumo.
Ma con l’evoluzione della domanda e la maturazione dell’ecosistema della cannabis, queste stesse restrizioni stanno ora limitando la capacità del sistema di assorbire completamente il mercato. L’Uruguay ha decine di migliaia di consumatori registrati: oltre 70.000 acquirenti in farmacia, più di 15.000 membri di club e migliaia di coltivatori amatoriali.
Tuttavia, la registrazione non è garanzia di partecipazione attiva. Nel canale delle farmacie, solo il 20-40% dei consumatori registrati effettua acquisti mensili, il che evidenzia una discrepanza tra la concezione del modello legale e il comportamento effettivo dei consumatori.
Sebbene siano state distribuite più di 15 tonnellate di cannabis dall’inizio delle vendite in farmacia, i funzionari riconoscono che il mercato legale potrebbe essere molto più grande se venissero risolti i problemi di approvvigionamento e distribuzione.
Secondo le valutazioni ufficiali citate da El Planteo, solo il 46% circa dei consumatori accede attualmente alla cannabis attraverso i canali legali, mentre il resto continua a rivolgersi al mercato grigio o a fonti informali. Ciò suggerisce che il sistema è riuscito a ridurre gli aspetti più dannosi dell’illegalità, ma non è ancora riuscito a catturare l’intero mercato.
Il turismo della cannabis torna al centro del dibattito
Uno dei dibattiti politicamente più delicati che sta riemergendo attualmente riguarda il turismo della cannabis. Fin dall’inizio, l’Uruguay ha limitato l’accesso legale alla cannabis ai cittadini e ai residenti, in linea con il suo approccio di politica pubblica. Il sistema non è stato concepito come un progetto economico o un’attrazione turistica.
Ma la regola ha creato un paradosso: i turisti si recano in un Paese rinomato per la cannabis legale, ma non possono acquistarla legalmente. Molti si rivolgono a venditori informali, alimentando il mercato grigio che l’Uruguay sta cercando di eliminare.
Sono attualmente in discussione proposte per estendere l’accesso legale a turisti, studenti stranieri e lavoratori temporanei. I sostenitori sostengono che l’inclusione dei non residenti potrebbe rafforzare il mercato legale, aumentarne le dimensioni e ridurre le attività informali.
I critici, invece, ritengono che si tratti di un allontanamento fondamentale dalla filosofia originaria dell’Uruguay, che potrebbe trasformare la cannabis da strumento di politica di riduzione del danno in una più ampia opportunità economica.
La sfida dell’Uruguay: evolversi senza perdere la propria identità
In definitiva, la situazione dell’Uruguay riflette una tensione più ampia. Il Paese ha costruito il suo modello di cannabis dando priorità al controllo e alla salute pubblica, non alla crescita commerciale. Questa strategia ha avuto successo, ma il panorama globale della cannabis è cambiato.
Molti altri Paesi hanno adottato approcci più orientati al mercato, mentre il turismo della cannabis è diventato un fenomeno economico significativo. L’Uruguay si trova ora di fronte a una sfida difficile: per continuare a ridurre l’informalità e garantire un accesso sicuro, potrebbe essere necessario espandere e modernizzare il sistema. Ma questa espansione richiederà una revisione delle restrizioni che un tempo definivano la sua identità.
Dodici anni dopo la legalizzazione, l’Uruguay rimane un punto di riferimento a livello mondiale. Tuttavia, la prossima sfida non è più quella di dimostrare che la legalizzazione funziona. Si tratta di dimostrare che il suo modello può evolversi, adattarsi ed espandersi senza perdere il rigido controllo che lo ha reso efficace all’inizio.