Coltivazione della cannabis

E se la fase vegetativa della cannabis fosse diventata inutile?

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Per decenni, una regola sembrava immutabile nella coltivazione della cannabis: prima di produrre fiori, bisogna far crescere la pianta. La fase vegetativa, quelle settimane di luce prolungata in cui la pianta sviluppa foglie, rami e radici, era considerata il fondamento di qualsiasi produzione seria. Senza di essa, niente resa. Nessuna pianta solida. Niente raccolto.

Ma questa certezza potrebbe essere in declino.

In un recente articolo pubblicato su High Times, il noto coltivatore e autore Jorge Cervantes presenta un metodo diverso: coltivare senza fase vegetativa, o No-Veg. Un’idea semplice, quasi eretica: mettere le piante direttamente in fiore fin dal primo giorno.

Una regola vecchia di quarant’anni

Per capire perché questa idea sembra radicale, dobbiamo ricordare da dove proviene la moderna coltivazione della cannabis.

Durante i decenni di proibizionismo, i coltivatori hanno imparato a massimizzare i loro raccolti con tutto ciò su cui potevano mettere le mani: lampade al sodio, serre di fortuna, cloni scambiati tra amici. In questo modello obsoleto, negli Stati in cui la cannabis è ora legale, la logica era intuitiva: una pianta grande produce più fiori di una piccola.

Veniva potata, palettata e si costruiva una complessa architettura vegetale prima della fioritura. Questo approccio ha plasmato tutta la moderna coltivazione indoor, in particolare nei laboratori orticoli dei Paesi Bassi, a lungo capitale mondiale della coltivazione della lampada.

La rivoluzione dei numeri

Quello che il metodo No-Veg propone ora sembra quasi una provocazione: piantare un clone o un seme e passare immediatamente a un ciclo di luce di fioritura (12 ore di luce/12 ore di buio), senza alcuna crescita preliminare.

Il i test condotti dalla società olandese Innexo, con partner tecnologici come Fluence e Grodan, mostrano risultati controintuitivi. Ogni raccolto è più piccolo ma i cicli sono più brevi, rendendo possibile mettere insieme sei raccolti all’anno invece di quattro.

Il risultato è una maggiore produzione annuale.

E i vantaggi non si fermano qui:

  • circa il 30% di elettricità in meno
  • quasi 40% di manodopera in meno
  • una proporzione molto più alta di fiori di qualità superiore

In altre parole, produciamo di più, con meno. In un settore in cui i margini si stanno riducendo e i costi energetici sono alle stelle, l’argomento è difficile da ignorare.

Il paradosso dei grandi impianti

Perché una tecnica così semplice potrebbe essere più efficace? Perché la coltivazione tradizionale produce molta biomassa inutile. Una pianta di grandi dimensioni genera decine di foglie che poi vengono tagliate. Crea rami secondari poco luminosi che producono fiori di scarsa qualità. Richiede potature, tralicci e defogliazioni.

In altre parole: si paga la pianta per produrre fogliame… e poi si paga qualcuno per rimuoverlo.

In un modello agronomico rigoroso, dove ogni watt, ogni minuto di lavoro e ogni metro quadro contano, questo spreco diventa difficile da giustificare.

La chiave: “allungare”

Il metodo No-Veg si basa su un fenomeno ben noto ai coltivatori: lo stretch.

Quando la cannabis entra in fioritura, la pianta subisce una fase di rapido allungamento. Gli ormoni della crescita accelerano la formazione di steli e rami per esporre alla luce i futuri fiori. Nella coltivazione convenzionale, questa fase viene controllata per evitare che le piante diventino troppo alte.

Nel metodo No-Veg, invece, diventa il motore della crescita. La pianta costruisce la sua struttura nello stesso momento in cui inizia a fiorire. Meno foglie, meno rami inutili, ma un’architettura più verticale e produttiva.

Una cultura più tecnica

Tuttavia, questo approccio non significa che la coltivazione diventi più semplice. Senza una fase vegetativa, non c’è tempo per correggere gli errori. Una carenza nutrizionale, un problema di irrigazione o una radice sbagliata all’inizio avranno ripercussioni fino al raccolto.

La precisione è quindi essenziale. Gestione del clima, irrigazione, conducibilità dei nutrienti, intensità luminosa: tutto deve essere calibrato. I coltivatori parlano di crop steering, un approccio in cui “pilotiamo” la pianta come un sistema biologico.

La tecnica No-Veg funziona particolarmente bene nelle colture commerciali ad alta densità, a volte 8-10 piante per metro quadro. Ma diventa meno rilevante nelle giurisdizioni in cui il numero di piante è limitato. In questi contesti, i coltivatori spesso preferiscono coltivare poche piante di grandi dimensioni per massimizzare ogni individuo.

Dal fai da te all’ingegneria

In sostanza, il problema va oltre la tecnica di coltivazione. La cannabis sta cambiando la sua natura. Per mezzo secolo è stata coltivata da appassionati, ribelli, sperimentatori. I metodi erano empirici, tramandati oralmente e migliorati generazione dopo generazione.

Oggi l’industria si sta industrializzando. Le serre stanno diventando laboratori. I substrati sono calibrati. Le lampade a LED stanno sostituendo le vecchie tecnologie. I dati agronomici guidano le decisioni. Stiamo gradualmente passando dall’artigianato alla scienza.

La fase vegetativa scomparirà davvero? Probabilmente non del tutto. Alcune genetiche, alcune strutture e alcuni vincoli normativi continueranno a favorire i metodi tradizionali. Ma il fatto stesso che ci si ponga questa domanda dimostra quanto rapidamente stia cambiando la coltivazione della cannabis.

Per quarant’anni, i coltivatori hanno considerato la fase vegetativa come sacra. Oggi, alcuni cominciano a chiedersi se non sia solo… un’abitudine. E in un settore in rapida evoluzione, le abitudini sono spesso le prime a scomparire.

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