Cannabis in Francia

Rugby: Giocatore dell’Anglet Olympique sospeso per due anni dopo essere risultato positivo alla cannabis

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In Francia si deve scegliere tra pali e trespoli.

Nel febbraio 2026, il Conseil d’État ha così confermato la sospensione di due anni imposta dall’Agence française de lutte contre le dopage (AFLD) a un giocatore dell’Anglet Olympique Rugby Club (AORC), risultato positivo al THC dopo una partita di Nationale 2 giocata nel gennaio 2024, si apprende Sud-Ouest.

Il rugbista, classe 1995, era stato sottoposto a un test antidoping dopo una partita tra la sua squadra e l’Union Cognac Saint-Jean-d’Angély. L’analisi delle sue urine ha rivelato la presenza di carbossi-THC, il principale metabolita della cannabis, a 194 nanogrammi per millilitro, oltre la soglia di 180 ng/mL stabilita dall’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA).

La sanzione comminata dalla AFLD vieta al giocatore di prendere parte a qualsiasi competizione o attività legata al rugby fino al 29 giugno 2027 incluso.

Una difesa ritenuta poco credibile

Contestando la decisione, il giocatore si era rivolto al Consiglio di Stato nell’agosto 2025, ritenendo la sanzione sproporzionata. Ha spiegato di aver consumato cannabis una settimana prima della partita, durante una “serata di festa”, sostenendo di aver fatto solo “qualche boccata su uno spinello che girava”.

Ma i giudici amministrativi non hanno accettato questa versione dei fatti. Nelle sue conclusioni, il relatore pubblico ha sottolineato che il livello di concentrazione rilevato era più coerente con un consumo recente che con un uso isolato di diversi giorni prima.

Il Consiglio di Stato ha inoltre rilevato diverse incongruenze nelle dichiarazioni del giocatore. Il giocatore aveva inizialmente dichiarato di aver assunto il farmaco il 20 gennaio 2024, prima di cambiare la sua dichiarazione in 21 gennaio, dopo che l’AFLD aveva sottolineato che aveva giocato una partita in quel giorno.

I giudici hanno inoltre ritenuto che il resoconto mancasse di credibilità per quanto riguarda la presunta natura eccezionale di questo consumo. In particolare, la corte ha notato che era improbabile che uno sportivo di 30 anni sperimentasse la cannabis per la prima volta in questo contesto specifico.

La cannabis è ancora vietata nelle competizioni

Il caso ricorda che il THC rimane nell’elenco delle sostanze vietate dalla WADA nelle competizioni, anche se i suoi effetti sulle prestazioni sportive sono ancora oggetto di dibattito.

Nelle sue conclusioni, il relatore pubblico sottolinea che la cannabis è classificata come “sostanza d’abuso” al pari di cocaina, MDMA o eroina. Il Codice Mondiale Antidoping ritiene che una sostanza possa essere vietata se soddisfa due di tre criteri: potenziale miglioramento delle prestazioni, rischio per la salute o contraddizione con il “fair play”.

Secondo i documenti citati dal Conseil d’État, il THC è considerato principalmente contrario allo “spirito sportivo” e potenzialmente dannoso per la salute degli atleti, a differenza dell’alcol, che è consentito negli spogliatoi dei club non appena la partita è finita. Gli studi scientifici citati nella decisione sottolineano inoltre che la cannabis tende a ridurre le prestazioni fisiche, in particolare a causa dei suoi effetti sulla vigilanza e sui tempi di reazione.

Il caso evidenzia anche le difficoltà associate ai test per la cannabis nello sport. Poiché il carbossi-THC può rimanere rilevabile per diversi giorni, o addirittura per diverse settimane in alcuni consumatori, la distinzione tra consumo “fuori competizione” e “in competizione” rimane regolarmente contestata nei tribunali sportivi.

Una sanzione ritenuta proporzionata

Infine, il giocatore ha ritenuto che la sospensione di due anni costituisse una “morte sportiva” e mettesse a rischio la sua situazione professionale. Il giocatore era impiegato presso la comunità di agglomerazione dei Paesi Baschi in relazione al suo status di giocatore di rugby.

Tuttavia, il Conseil d’État ha stabilito che queste conseguenze personali non erano sufficienti a ridurre la sanzione prevista dal Codice sportivo. Il tribunale ha quindi confermato la decisione dell’AFLD nella sua interezza e ha condannato il giocatore a pagare all’agenzia 3.000 euro di spese legali.

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