Da tempo gli scienziati cercano di capire perché il consumo di cannabis durante l’adolescenza possa avere effetti che si protraggono fino all’età adulta.
Diversi studi hanno stabilito un legame tra l’esposizione alla cannabis durante l’adolescenza e un rischio più elevato di sviluppare determinati disturbi psichiatrici in età adulta, in particolare difficoltà sociali o cognitive. Anche esperimenti sugli animali hanno evidenziato cambiamenti comportamentali duraturi in seguito all’esposizione al THC, il principale composto psicoattivo della cannabis.
Ma una domanda rimane: come può un’esposizione relativamente breve durante l’adolescenza avere conseguenze settimane, o addirittura anni dopo?
Un nuovo studio pubblicato su Neuropsychopharmacology suggerisce una pista: i mitocondri, quelle piccole strutture che forniscono l’energia necessaria al funzionamento delle nostre cellule.
Ricercatori con sede in Francia, Spagna e Italia hanno scoperto che l’esposizione al THC durante l’adolescenza modificava temporaneamente il funzionamento dei mitocondri in alcune cellule cerebrali dei topi.
Ancora più sorprendente: questa alterazione era scomparsa in età adulta, ma alcuni cambiamenti comportamentali erano ancora presenti. E in questo esperimento, riguardavano principalmente i topi maschi.
I mitocondri al centro dell’esperimento
I ricercatori si sono concentrati sui mitocondri, poiché studi precedenti avevano dimostrato che i recettori cannabinoidi CB1 non si trovano solo sulla superficie delle cellule cerebrali, ma anche sui loro mitocondri.
Il THC può quindi agire direttamente su questi ultimi e alterare alcuni meccanismi che consentono alle cellule di produrre energia.
Il team ha voluto verificare se una tale alterazione, quando si verifica durante l’adolescenza, potesse avere conseguenze durature. Questo periodo è particolarmente importante poiché il cervello è ancora in piena fase di sviluppo e i suoi circuiti continuano a riorganizzarsi.
Per verificarlo, i ricercatori hanno somministrato quotidianamente THC o una soluzione di controllo a topi adolescenti maschi e femmine per dieci giorni. Una volta che gli animali hanno raggiunto l’inizio dell’età adulta, ne hanno valutato l’attività fisica, le interazioni sociali e la memoria di lavoro.
Effetti diversi nei maschi e nelle femmine
I risultati hanno evidenziato una netta differenza tra i sessi. I topi maschi esposti al THC durante l’adolescenza si sono poi dimostrati più attivi, interagivano meno con i propri simili e ottenevano risultati inferiori in un test utilizzato per misurare la memoria di lavoro.
I topi femmine, invece, sono stati molto meno influenzati dall’esposizione al THC in questi stessi test.
Per capire il motivo, i ricercatori hanno studiato una proteina chiamata NDUFS4, che partecipa al funzionamento dei mitocondri e quindi alla produzione di energia delle cellule.
Nei topi maschi adolescenti, il THC ha temporaneamente alterato questa proteina nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale, due regioni del cervello coinvolte in particolare nella memoria e nel comportamento.
Alla dose più elevata di THC testata, questa alterazione era chiaramente visibile subito dopo l’esposizione. Ma in età adulta era scomparsa. Anche i topi femmine non presentavano la stessa reazione al THC.
I ricercatori si sono quindi trovati di fronte a un risultato intrigante: la modifica osservata nelle cellule era temporanea, ma i cambiamenti comportamentali persistevano.
Un’alterazione temporanea con conseguenze durature?
Rimaneva da determinare se questa alterazione dei mitocondri fosse realmente responsabile dei cambiamenti osservati in seguito. I ricercatori hanno quindi concentrato la loro attenzione sugli astrociti. Queste cellule svolgono un ruolo essenziale nel cervello: circondano e sostengono i neuroni e contribuiscono in particolare al loro approvvigionamento energetico.
Con l’ausilio di un vettore virale, gli scienziati hanno introdotto nei topi maschi una versione modificata della proteina NDUFS4 per impedirle di subire la perturbazione causata dal THC. I topi sono stati poi esposti al THC durante l’adolescenza.
Risultato: impedendo questa alterazione, i ricercatori hanno anche impedito i successivi cambiamenti nella socievolezza e nell’attività fisica osservati negli altri topi esposti al THC. L’esperimento suggerisce quindi che questa alterazione temporanea del funzionamento dei mitocondri abbia un ruolo diretto in alcuni effetti comportamentali osservati in seguito.
Il cervello adolescenziale sarebbe particolarmente sensibile
I ricercatori propongono quindi uno scenario: durante l’adolescenza, il THC altererebbe temporaneamente il funzionamento dei mitocondri negli astrociti. Queste cellule sosterrebbero quindi in modo meno efficace i neuroni proprio nel momento in cui i circuiti cerebrali sono ancora in fase di sviluppo.
Anche se il funzionamento dei mitocondri torna poi alla normalità, alcuni circuiti cerebrali potrebbero essere stati modificati durante questo periodo particolarmente delicato.
In altre parole, il problema non sarebbe necessariamente un deterioramento permanente dei mitocondri. Sarebbe piuttosto il momento in cui si verifica la perturbazione a poter avere conseguenze durature.
Lo studio solleva anche la questione delle differenze tra maschi e femmine. Gli autori avanzano in particolare l’ipotesi di una maggiore protezione contro determinati squilibri cellulari nelle femmine, potenzialmente legata agli estrogeni. Sottolineano però che questa pista dovrà essere studiata in modo più approfondito.
Risultati nei topi, non ancora nell’uomo
Questa distinzione è fondamentale: lo studio è stato condotto sui topi e non dimostra che lo stesso fenomeno si verifichi negli adolescenti che consumano cannabis.
Anche le condizioni sperimentali sono molto diverse dal consumo umano. In particolare, ai topi è stato somministrato THC tramite iniezione, e i ricercatori ammettono di non sapere ancora se gli astrociti siano le uniche cellule, o anche solo le principali, coinvolte negli effetti osservati.
Questo studio non dimostra quindi che il consumo di cannabis durante l’adolescenza comporti inevitabilmente disturbi psichiatrici in età adulta.
Fornisce invece un’ipotesi biologica per spiegare come l’esposizione al THC durante un periodo sensibile dello sviluppo cerebrale possa produrre effetti che persistono anche dopo la scomparsa del disturbo iniziale.