L’Italia potrebbe trovarsi ad affrontare un aggravarsi della carenza di cannabis terapeutica in seguito al fallimento di Bedrocan, uno dei suoi principali fornitori. Questa situazione mette in luce le fragilità di un sistema che dipende in larga misura dalle importazioni, mentre la produzione nazionale rimane insufficiente a soddisfare le esigenze dei pazienti.
Con una domanda stimata a oltre due tonnellate all’anno e una produzione locale che ne copre solo una piccola parte, la scomparsa di questo importante attore del mercato europeo fa pesare nuove incertezze sull’approvvigionamento delle farmacie italiane e sulla continuità delle terapie.
Dipendenza dell’Italia dalle importazioni olandesi
Il fallimento di Bedrocan Nederland e di Bedrocan International, dichiarato all’inizio di ottobre, fa seguito a diversi mesi di difficoltà finanziarie legate alle modifiche apportate al quadro normativo olandese in materia di cannabis terapeutica.
Per oltre due decenni, il Bureau voor Medicinale Cannabis (BMC) del governo olandese ha acquistato quantità significative della produzione di Bedrocan, distribuendole alle farmacie ed esportandole verso altri paesi europei, tra cui l’Italia.
Le autorità olandesi hanno risolto il contratto di fornitura a gennaio nell’ambito di una più ampia riforma volta a liberalizzare il mercato della cannabis terapeutica. Il sistema proposto consentirebbe, a lungo termine, ai produttori privati di vendere direttamente alle farmacie e agli acquirenti internazionali.
Secondo il ministro della Salute olandese, Sophie Hermans, la riforma non entrerà in vigore prima di luglio 2028. Questa transizione ha privato Bedrocan del suo principale cliente istituzionale e dei ricavi necessari per mantenere le proprie attività nei Paesi Bassi.
Per l’Italia, dove le importazioni dai Paesi Bassi rappresentano una quota sostanziale dell’approvvigionamento di cannabis farmaceutica, le conseguenze potrebbero essere significative.
La produzione italiana di cannabis terapeutica è ben al di sotto della domanda
L’Italia autorizza la cannabis a fini medici da circa due decenni, ma il suo sistema di coltivazione nazionale rimane molto centralizzato. La Fabbrica chimica farmaceutica militare di Firenze (SCFM), posta sotto l’autorità del Ministero della Difesa, rimane l’unico coltivatore nazionale autorizzato del Paese. La sua capacità produttiva è nettamente inferiore al fabbisogno nazionale ed è regolarmente criticata per la sua scarsa qualità.
Secondo i dati del Ministero della Salute italiano, nel 2024 le farmacie hanno ricevuto circa 1.695 chilogrammi di cannabis terapeutica, di cui poco più di 200 chilogrammi provenivano dalla produzione nazionale.
Inoltre, l’Organo internazionale di controllo degli stupefacenti (OICS) ha stimato il fabbisogno italiano di cannabis terapeutica a 2,4 tonnellate per il 2025, il che comporta una forte dipendenza dai produttori internazionali.
Questa situazione riguarda anche i pazienti a cui vengono prescritti preparati a base di cannabis per patologie quali il dolore cronico, i sintomi associati alla sclerosi multipla e le nausea indotte dalla chemioterapia.
La cannabis terapeutica viene generalmente dispensata sotto forma di preparati farmaceutici, in particolare oli, decotti e prodotti destinati alla vaporizzazione, nell’ambito di un regime farmaceutico regolamentato.
Quasi 100.000 prescrizioni
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), tra il 2019 e il 2024 sono state registrate circa 100.000 prescrizioni di cannabis terapeutica. L’istituto ritiene inoltre che questa cifra sia sottostimata.
Le interruzioni di approvvigionamento suscitano quindi preoccupazioni riguardo alla continuità del trattamento per i pazienti che dipendono dai prodotti a base di cannabis prescritti.
Le associazioni a tutela dei pazienti, in particolare Meglio Legale e l’Associazione Luca Coscioni, hanno ripetutamente sollecitato l’istituzione di un sistema di produzione nazionale più indipendente, al fine di ridurre la vulnerabilità dell’Italia di fronte alle interruzioni delle forniture internazionali.
L’Italia può sviluppare una propria industria della cannabis terapeutica?
Sebbene la normativa italiana autorizzi in teoria le aziende private a coltivare cannabis terapeutica, la produzione commerciale non è ancora riuscita a costituire un’alternativa significativa alla struttura militare di Firenze.
Nel 2022, le autorità hanno indetto una gara d’appalto volta a coinvolgere operatori privati nella coltivazione, con produzione destinata allo SCFM. Inizialmente erano state selezionate sei aziende, ma l’iniziativa non ha portato ad alcun progresso. I successivi governi italiani hanno quindi continuato a fare affidamento sulla cannabis importata piuttosto che sviluppare in modo sostanziale le capacità nazionali.
Il fallimento finanziario del fornitore olandese riporta ora l’attenzione su questa strategia.
In assenza di ulteriori capacità di coltivazione o di accordi di importazione diversificati, l’approvvigionamento di cannabis terapeutica in Italia rimane esposto a perturbazioni al di fuori dei propri confini, il che solleva interrogativi sull’affidabilità con cui il Paese sia in grado di soddisfare le esigenze farmaceutiche dei pazienti.
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