Legalizzare la cannabis, sì. Ma come, con quali limiti, a quale costo e per quali prodotti? Sulla carta, La France insoumise sostiene da anni un netto abbandono del proibizionismo.
Ma tra la proposta di legge presentata nel 2021 da Éric Coquerel, il capitolo «Dipendenze e droghe» del programma L’Avenir en commun 2025 e la relazione parlamentare firmata lo scorso anno dal deputato di LFI Antoine Léaument, il divario è impressionante. E mette in luce un punto cieco che pochi commentatori sottolineano: la questione del tasso di THC, in cui LFI ripropone, senza dirlo, una logica proibizionista.
La legge del 2021, matrice del modello LFI
La proposta di legge n. 4746, presentata alla fine del 2021 da Éric Coquerel, Mathilde Panot, Jean-Luc Mélenchon e una ventina di altri firmatari, definisce l’architettura che LFI difende ancora oggi: un «monopolio» di Stato, ma che non è un monopolio di produzione né di distribuzione in senso stretto. Una nuova autorità amministrativa, l’Autorità per la regolamentazione della produzione e dello sfruttamento della cannabis (AEPEC), deterrebbe il monopolio delle autorizzazioni e delle licenze, ma non quello della coltivazione o della vendita stessa.
Sul campo, la produzione rimarrebbe nelle mani di agricoltori privati, soggetti ad autorizzazione, come per qualsiasi altra coltivazione regolamentata. La vendita al dettaglio sarebbe assicurata da «rivenditori» privati, autorizzati dallo Stato e che agiscono come suoi incaricati dietro pagamento di un diritto di licenza, un sistema simile al modello delle tabaccherie piuttosto che a una nazionalizzazione della filiera. Lo Stato stabilisce il quadro normativo e ne controlla la qualità; agricoltori e commercianti fanno funzionare la filiera.
Il testo prevede inoltre una amnistia per le persone condannate per semplice consumo, la coltivazione per uso personale entro un limite di piante, il divieto di vendita ai minori e di qualsiasi pubblicità, nonché il finanziamento della prevenzione tramite una tassa sul commercio legale.
Esso apre inoltre la strada, tramite i decreti attuativi, a forme non capitalistiche come le cooperative agricole o le associazioni senza scopo di lucro del tipo Cannabis Social Club, sul modello tedesco, dove i consumatori coltivano e condividono il proprio raccolto al di fuori del circuito commerciale.
La proposta è quindi ibrida: regolamentazione pubblica del diritto di produrre e vendere con un’attuazione privata o associativa.
Il programma 2025: la stessa filosofia, molti meno dettagli
Il capitolo dedicato alle dipendenze in «L’Avenir en commun», edizione 2025, ne riprende le linee guida: legalizzazione e regolamentazione tramite un monopolio statale della produzione, della vendita e del consumo a fini ricreativi, entrate fiscali destinate alla prevenzione e all’assistenza alla disintossicazione, gestione affidata al Ministero della Salute piuttosto che a quello dell’Interno, rafforzamento delle risorse giudiziarie e doganali contro le reti criminali.
Ma il programma rimane, sul piano operativo, nettamente indietro rispetto al testo del 2021. Nessun riferimento al tasso di THC, nessuna soglia di possesso quantificata, nessun nome di autorità di regolamentazione, nessuna indicazione di prezzo. Si tratta più di un quadro di principi che di una tabella di marcia. Una lacuna tanto più sorprendente in quanto, quattro mesi prima della finalizzazione di questa versione del programma, un deputato di La France Insoumise aveva proprio presentato un lavoro ben più completo sull’argomento.
Ciò che il rapporto Léaument-Mendès aggiunge e che il programma non ha ripreso
Nel febbraio 2025, Antoine Léaument (LFI) e Ludovic Mendes (affiliato a Ensemble pour la République) hanno presentato una relazione di oltre 300 pagine, frutto di diciassette mesi di inchiesta sull’efficacia della lotta al traffico di stupefacenti. I due relatori formulano 63 raccomandazioni, di cui 46 comuni, e giungono anch’essi alla conclusione che l’approccio puramente repressivo sia fallito. La loro proposta principale: legalizzare l’uso e il possesso personale di cannabis, attraverso una nuova Autorità di regolamentazione della cannabis (ARCAN) incaricata del rilascio delle licenze e del controllo delle norme.
Diversi elementi, assenti dal programma 2025, vi sono specificati nero su bianco:
- una soglia legale di possesso quantificata (25 grammi secondo la proposta di Léaument, ispirata al modello tedesco, contro i 10 grammi di Mendes);
- un limite di piante per la coltivazione domestica, fissato a quattro piante all’anno;
- un obiettivo di prezzo esplicito, inferiore a 5 euro al grammo, pensato per competere direttamente con il mercato nero;
- un ampliamento del ragionamento ad altre sostanze, con la depenalizzazione del possesso di cocaina o eroina al di sotto dei tre grammi.
I due relatori divergono sul grado di statalizzazione: Léaument propende per un’impresa pubblica che gestisca l’intera filiera, sul modello del Québec, mentre Mendes difende operatori privati su licenza e una determinazione dei prezzi da parte del mercato.
Ma sui punti essenziali sono d’accordo ben oltre quanto il programma ufficiale di LFI osi quantificare.
Il vero problema: il persistere del proibizionismo
Il dibattito pubblico si concentra spesso sulle lacune di un programma. Esaminiamo piuttosto cosa è stato scritto riguardo alla gestione del tasso di THC. La proposta di legge del 2021 è inequivocabile su questo punto. Prevede che il tasso di tetraidrocannabinolo sia fissato con decreto ministeriale, con un unico vincolo enunciato nero su bianco: tale tasso non deve essere troppo basso, per non rendere il mercato nero più attraente dell’offerta legale.
In altre parole, lo spirito del testo non è quello di lasciare che il mercato legale copra l’intera gamma di prodotti esistenti, ma di fissare un limite massimo di potenza al di sopra del quale un prodotto rimarrebbe, di fatto, fuori dalla legge.
Si tratta di un divieto che cambia portata senza scomparire: i concentrati e le resine più potenti, proprio quelli ricercati dalla clientela più affezionata, rimarrebbero quindi illegali, con tutto ciò che ciò comporta in termini di mancanza di controlli sanitari.
Eppure esistono strumenti fiscali che consentono di regolare la potenza dei prodotti senza bandirli. Studi di sanità pubblica, in particolare quelli del Québec, dimostrano ad esempio che una tassazione basata sul contenuto di THC (più il prodotto è forte, più viene tassato, in proporzione) tende a ridurre il consumo dei prodotti più concentrati, senza bisogno di vietare nulla. Al contrario, una tassazione forfettaria in base al peso o al valore può addirittura spingere verso prodotti più concentrati, poiché risulta meno costosa per unità di THC.
Privilegiando un limite massimo normativo piuttosto che un segnale di prezzo proporzionale al contenuto di THC, LFI mantiene in definitiva una logica molto simile a quella del proibizionismo: oltre un certo livello di potenza, il prodotto uscirebbe dal mercato legale. Una contraddizione di fondo che il movimento ha ancora qualche mese per correggere prima della campagna presidenziale.
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