Dire che un paese ha «legalizzato la cannabis terapeutica» può significare molte cose. Autorizzare un farmaco come il Sativex o l’Epidyolex, consentire la coltivazione di cannabis destinata all’esportazione… oppure permettere effettivamente a un paziente di ottenere cannabis su prescrizione medica.
È proprio quest’ultimo criterio che abbiamo adottato: l’accesso a fiori, oli, estratti o preparati a base di cannabis, e non solo a un medicinale contenente un cannabinoide. E con questa definizione, il ritardo della Francia diventa spettacolare.
I pionieri avevano quasi vent’anni di vantaggio
Già nel 1996, la California è diventata il primo Stato americano ad autorizzare l’uso medico della cannabis. L’Alaska, l’Oregon e lo Stato di Washington seguirono l’esempio, in particolare nel 1998.
Il paradosso americano è che questi programmi si sviluppano mentre la cannabis rimane vietata dalla legislazione federale. Ciò non impedisce a decine di Stati di creare progressivamente veri e propri canali che consentono ai pazienti di accedere alla cannabis: nel 2024, 38 Stati, oltre a Washington D.C. e diversi territori americani, disponevano di un programma medico completo.
Il Canada, dal canto suo, ha aperto già nel 1999 l’accesso legale alla cannabis terapeutica tramite deroghe individuali, prima di creare nel 2001 un vero e proprio regime che consentiva ad alcuni pazienti di ottenere o addirittura di produrre cannabis essiccata.
I Paesi Bassi hanno seguito l’esempio nel 2003. In questo caso, il sistema fornisce cannabis terapeutica standardizzata, prescritta da un medico e dispensata direttamente in farmacia.
In Italia, dal 2006 i medici possono prescrivere preparati magistrali realizzati in farmacia a base di cannabis, in particolare infiorescenze destinate all’uso orale o tramite vaporizzazione.
Israele è anch’esso tra i pionieri, con un programma che consente ai pazienti autorizzati di utilizzare cannabis terapeutica sotto la supervisione del Ministero della Salute, programma che sarà reso permanente nel 2015.
In altre parole, quando la Francia avvia finalmente la sua sperimentazione nel 2021, alcuni paesi consentono già l’accesso alla cannabis da un quarto di secolo.
Successivamente la cannabis terapeutica si diffonde nel mondo
A partire dalla metà degli anni 2010, il movimento accelera.
L’Australia sviluppa il proprio sistema nazionale a partire dal 2016, consentendo in particolare la prescrizione di prodotti che non dispongono di un’autorizzazione all’immissione in commercio tradizionale. Nello stesso anno, la Colombia istituisce il proprio quadro normativo per i derivati della cannabis destinati in particolare al mercato nazionale.
Nel 2017, la Germania autorizza la prescrizione in farmacia di fiori essiccati ed estratti di cannabis per determinati pazienti. Anche l’Argentina e il Perù adottano leggi che regolano l’uso medico della cannabis e dei suoi derivati.
L’anno 2018 segna una nuova accelerazione. Il Portogallo legalizza la prescrizione e la vendita in farmacia di medicinali, ma anche di preparati e sostanze ricavati direttamente dalla pianta. Il Regno Unito autorizza alcuni medici specialisti a prescrivere prodotti a base di cannabis. Anche il Lussemburgo adotta la propria normativa.
E il movimento va ben oltre i confini europei: la Thailandia modifica la propria legislazione alla fine del 2018 e sviluppa successivamente cliniche che offrono preparati a base di cannabis per uso terapeutico.
L’Uruguay, già noto per aver regolamentato la cannabis destinata agli adulti nel 2013, istituisce nel 2019 un programma nazionale specifico per la cannabis medica e terapeutica.
Infine, il Medicinal Cannabis Scheme della Nuova Zelanda entra in vigore il 1° aprile 2020. In questo contesto possono essere prescritti oli, estratti e persino alcuni fiori essiccati.
Tutto ciò prima ancora che il primo paziente partecipasse alla sperimentazione francese, nel marzo 2021.
Africa: attenzione alle «legalizzazioni» ingannevoli
In Africa, la situazione è più complicata. La produzione di cannabis terapeutica rappresenta un motore di crescita per i paesi, ma è spesso limitata all’esportazione, senza che i pazienti abbiano accesso autorizzato al prodotto.
Il Lesotho è stato uno dei primi paesi africani ad autorizzare commercialmente la coltivazione di cannabis terapeutica. Anche lo Zimbabwe ha sviluppato una filiera legale.
E nel 2021, il Marocco adotta la legge 13-21, che autorizza una filiera regolamentata di coltivazione, trasformazione e commercializzazione della cannabis, in particolare per scopi medici e farmaceutici.
Ma la produzione legale di cannabis terapeutica non significa necessariamente che i pazienti abbiano accesso legale alla cannabis terapeutica.
E la Francia in tutto questo?
Sebbene nel 2013 la Francia abbia consentito, tramite decreto, il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio per prodotti farmaceutici contenenti cannabis o suoi derivati, non ha creato un programma che permetta ai medici di prescrivere fiori o oli di cannabis ai propri pazienti.
A tal fine, occorre attendere marzo 2021 e l’avvio di una sperimentazione limitata a 3.000 pazienti.
Da allora questa porta si è richiusa: dal 27 marzo 2024 nessun nuovo paziente può più accedere al programma. I pazienti già inclusi hanno beneficiato di un regime transitorio, mentre il quadro permanente preparato dalle autorità pubbliche non ha ancora portato a un accesso generalizzato per i nuovi pazienti.
Allora, quanti paesi hanno davvero superato la Francia?
Molti. Canada, Paesi Bassi, Italia, Israele, Australia, Colombia, Germania, Argentina, Perù, Portogallo, Regno Unito, Lussemburgo, Thailandia, Uruguay, Nuova Zelanda… senza nemmeno contare tutte le misure più restrittive o eccezionali messe in atto altrove.
E se in Canada i pazienti potevano ottenere legalmente la cannabis terapeutica all’inizio degli anni 2000 e nelle farmacie olandesi già dal 2003, in Francia, nel 2026, l’accesso di diritto comune ai nuovi pazienti non è ancora una realtà.
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